
ASINO CHI LEGGE
Tre esami in un mese sono troppi anche per me.
Ogni mattina comincia allo stesso modo. Alzare la serranda in bagno e far entrare la luce, poca, tanta. Pesarmi, ogni giorno oscillo, ma mai nella direzione giusta. Poi la cerimonia della misurazione mentre l'acqua per il rooibos si agita e comincia a cantare nel bricchetto, tre misurazioni a distanza di tre minuti. Solo l'ultima è quella buona, ha detto lo specialista. Mentre misuro tengo gli occhi chiusi e la mano sulle palpebre; sullo schermo nero non scorre niente, ma i pensieri allontanati ritornano in sottofondo. Non devo pensare, non voglio falsare il risultato. A questo punto posso fare colazione: sarebbero giusto tre fette biscottate con un velo, mi raccomando, un velo di marmellata, dice il dietologo, ma a me piacciono i biscotti: piccoli, tondi, con le gocce di cioccolato, grandi, tozzi, al latte, ciambelline al vino, giglietti all'anice. La mattina lo stomaco brucia di più, i succhi gastrici si avventano. Devo mangiare e presto, prima di lavarmi, prima di vestirmi. Ho dimenticato qualcosa. Ah, sì la pillolina di vitamine, aminoacidi. Adesso posso lavarmi i denti e ficcarmi sotto la doccia. Anche il dentifricio è all'anice. Il bagnoschiuma invece, lavanda. Forse non c'è bisogno di insistere con l'olio di mandorle. Guardo lo specchio di sbieco. Non voglio vedere il viso leggermente sgualcito dalla notte. Dormo troppo poco, cinque ore non bastano neanche a un'ottantenne. Le palpebre, uhm, non sembrano un po' calate? Basta, crema colorata, trucco leggero. I capelli, anche con gli aminoacidi, vanno come gli pare, alle volte pimpanti, alle volte depressi. Burro di cacao, profumo, no, non profumo, colonia leggera, fresca, sa di foglie di fico, ricorda un'estate del sud in Italia, in Grecia. Vestirsi è la parte più difficile. Quasi sempre c'è qualcosa a lavare o da stirare. E la parte peggiore sono le scarpe. Le compro sempre sbagliate per colore, altezza, comodità. E' tardi, via, orologio, orecchini, un bracciale da scovare in mezzo ai ciaffi, poche le cose buone, relitti di un'altra vita. Impermeabile, ombrello? Massì, però di corsa. Fuori sono tutti in moto da un pezzo. Io col mio ritardo cronico devo inserirmi senza dare troppo nell'occhio. Muoversi, muoversi, giornale, metro, a piedi sui sampietrini, schivare i piccioni, le buste dell'immondizia, gli strilloni della free press. Il portone, le scale, il badge, dove l'ho messo? Eccolo, timbratura con odio, bottiglietta d'acqua. Mi libero di tutto e mi siedo. Gli occhiali, devo cambiarli, esco sempre con quelli da sole, estate e inverno. Guardo lo schermo che si accende e piano piano apparite voi.